Le tragedie
Le grandi montagne, sono da sempre teatro di terribili tragedie, nonostante le attrezzature e le tecniche per le scalate oggi siano migliorate e più efficienti.
Uno dei primi grandi incidenti che causò la morte di cinque scalatori avvenne il 28 Agosto del 1905 durante l’ascesa del Kangchenjunga, la terza montagna più alta del mondo.
All’Everest invece, oltre all’altezza, spetta anche il triste primato del numero di vittime durante le scalate: più di 250 comprese tra gli anni venti e i giorni nostri; vittime che nella maggioranza dei casi sono ancora lì, sepolte tra i ghiacci, precipitate nei crepacci o adagiate e ancora visibili lungo i pendii con i loro corpi scheletriti e scoloriti. Il più famoso dei quali è quello di Tsewang Paljor, un alpinista indiano morto a 28 anni nella tempesta del 1996, raccontata dal film Everest e conosciuto come “Green Boots” per gli stivali verdi che indossava al momento dell’incidente, che in certi momenti, soprattutto con lo scioglimento delle nevi, sono ancora visibili agli alpinisti che percorrono quei pendii.
Statisticamente, le montagne più pericolose del mondo, in base al rapporto scalate/incidenti, risultano essere il K2 e l’Annapurna della catena dell’Himalaya, ma ognuna delle grandi montagne in tutti i continenti, ha richiesto e annovera tra le sue nevi, i ghiacciai, i dirupi e i crepacci, decine di vite spezzate.
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