Andrea Imbrosciano
Roma, con i suoi Jolly Lamberti e Andrea Di Bari non era poi così lontana, voi da provinciali del frusinate come vi siete posti nei confronti della capitale? Che rapporti avete sviluppato con quel mondo?
Nessun tipo di rapporto che non fosse per l’arrampicata.
C’è sicuramente una questione legata alla territorialità: il provinciale, il cosiddetto burino a detta loro, non ha mai legato veramente con il soggetto romano, non c’è mai stato chissà quale grande legame. C’è stata forse una condivisione, una comune goliardia. Loro, in tutto quello che facevano, hanno sempre dimostrato una particolare arroganza. La nostra frequentazione del gotaromano è stata parecchio difficoltosa anche perché, fatta eccezione per il gruppo di Andrea Di Bari – che era molto più popolare – gli altri erano schivi. Era difficile legare con loro. Però nei momenti in cui siamo stati insieme abbiamo fatto molte cose. Io per esempio ho scalato con Stefano Finocchi ed è stato anche bello e divertente. È stata la gioventù dai, senza montarci sopra tante pippe mentali.
Nell’aspetto etico ci sono stati notevoli scontri, questo sicuramente. Pensa all’idea di scavare le prese e altre che in ogni caso non hanno fatto bene all’arrampicata.
[Lunga pausa riflessiva da vero guru]
Credo poi, che questo valga dappertutto: se all’improvviso migliaia di persone giungono a frequentare un territorio ed ognuna di queste ha una idea differente che con ostinazione vuole imporre… Ecco, come inizio di rapporto una cosa del genere non può risultare né facile né piacevole.
Hai parlato di arrampicatori popolari, ma ancora negli anni Ottanta era così forte questa percezione in classi?
Noi l’abbiamo sempre percepita questa distanza. Pensavamo in modi completamente differenti. Pensa alla gestione del tempo, Loro ogni sabato e domenica erano a scalare, per noi non era così scontato. La domenica si stava a casa, poi magari si faceva un salto al bar a giocare a biliardo. Facevamo un’altra vita proprio. Non era facile per noi entrare nel loro meccanismo di pensiero. Poi non è che i genitori ci dessero i soldi per andare ad arrampicare o per comprare i moschettoni. Con quei pochi soldi che riuscivamo a racimolare facevamo quello che potevamo compreso chiodare. Ma non si programmava l’arrampicare la domenica, per noi non era facile.
Anche il relazionarsi al mondo del lavoro era completamente diverso: per loro era dal lunedì al venerdì, per noi non era così regolare e continuo. Spesso la domenica si lavorava. Poi le macchine! Reperirne una era già difficile e figurati funzionanti. Io che non guidavo, e non lo faccio ancora oggi, passavo ore nelle stazioni e negli autobus. È assurdo ma sono convinto ancora oggi che fosse giusto così. Chiaramente la mentalità del cittadino era più aperta della nostra, più predisposto ad andare alla scoperta e questo non è poco. Noi ci abbiamo messo tanto a capire quello che avevamo fatto, perché oltre a leggere non facevamo altro per conoscere, non ci confrontavamo con il resto del mondo. Le informazioni erano rare, ma preziosissime.
Ar. Andrea Imbrosciano
Quindi libri recuperati su qualche bancarella e poco altro?
Sì, poi come ti dicevo c’era Leone che aveva molta più cultura di noi in fatto di Montagna e tra l’altro aveva chiesto ad un libraio della zona di fargli arrivare diversi libri e manuali. Casa sua era diventata la libreria di tutti noi, pure degli antipatici. Era diventato un rifugio, insomma.
Lì siamo riusciti a capire meglio quello che stava succedendo, ed abbiamo capito anche per quale motivo iniziavamo a stancarci: non avevamo più nulla da fare in quel posto. Quello che c’era da fare era fatto, oltre non si poteva andare, almeno in quel periodo storico, ti parlo dell’intera decade degli anni Ottanta. Anche perché prima era la preistoria, nel senso che non c’era una storia. Eravamo ragazzini in assoluto senza il pensiero di valutare o interpretare quello che si stava a fare. Giusto tra l’84 e l’86 si può dire che abbiamo iniziato a farci domande, ovvero quando ho fatto il militare. Poi gli anni Novanta sono stati un altro momento ancora differente.
E questo ambiente paesano come ha vissuto – se lo ha vissuto – il sopraggiungere dell’arrampicata nei media, nelle riviste, le prime gare, gli sponsor? Questa sorta di piccolo boom nell’ambito dei mass media ha avuto un riscontro su di voi?
Certo. Leone ci faceva leggere Motti ed ascoltare Guccini , anche se a noi piacevano già più gli americani tipo John Gill, Bachar, Karl. Avevamo un’idea già più, chiamiamola, sportiva. Compravamo Alp e La rivista della Montagna facendo in sei la colletta e c’era l’obbligo di leggerli nel giro di un giorno per passarli l’indomani al compare in affari (ora ce li ho tutti io a casa). [Ghigna soddisfatto]
Quando ci furono le prime gare a Bardonecchia rimanemmo abbastanza sconvolti, tutti. Anche quelli che s’immaginavano un futuro da professionisti in questa disciplina. Nessuno si sarebbe mai immaginato che in un ambiente così solitario qualcuno si sarebbe inventato le gare. Eravamo confusi, però ci piaceva vedere tutti questi grandi insieme: Mariacher, Glowaz, la Iovane, Moffat, Moon, Godoffe, Gullich e altri.
Però allo stesso tempo ci scocciava anche un po’: tutti questi personaggi c’erano sempre piaciuti perché erano dei solitari, avevano sicuramente un loro gruppo, un loro clan, ma erano completamente staccati dalle istituzioni, dal movimento alpinistico che allora andava per la maggiore. A me piaceva davvero molto questa loro emancipazione. Un gruppo partecipe nella scoperta di tutto, ma secondo legami intimi senza secondi fini.
Vederli alle gare un po’ mi sconvolse, non me lo sarei mai immaginato. La sensazione era fastidiosa, del tipo: «ma che stà a succede qua?». Questa dimostrazione dell’Io, per quanto in foto apparissero tutti molto colorati, accattivanti e belli non era affatto piacevole.
Chiaramente vedendo loro, anche noi però abbiamo iniziato a pensare ad una possibilità professionistica in questo settore, abbiamo iniziato a farci molte più domande su quello che stavamo combinando.
Ar. Andrea Imbrosciano
E per essere un po’ frivoli: come avete percepito questo nuovo immaginario che transitava anche attraverso la lycra, i fuseaux, le bandane tra i capelli?
Mia madre mi diceva sempre: «cambiati fuori che io non ti voglio manco vedé!». Andavamo in bicicletta a scalare con ‘sti pantaloni tigrati e tutte ‘ste cose qua. Per un certo periodo un amico mio si metteva pure l’ovatta davanti al pacco, era davvero imbarazzante questa nostra cosa. Era un modo di emergere da una situazione che non ti dava niente. Personalmente non mi cambiava tanto, perché giocando a pallacanestro avevo già visto i grandi di questa disciplina mettere in evidenza le loro caratteristiche di deficienza; e noi naturalmente gli andavamo dietro. Che ne so, ad esempio andavamo ad allenarci in pigiama. In tutto questo io però non ci vedo un’ignoranza, piuttosto una difficoltà nel comprendere, nell’andare a fondo di quello che stavamo a fare. Una grande superficialità. Lo facevi così.
Per metterti un paio di pantacollant tigrati e girare in un paese ipercattolico e bacchettone, o sei uno che ha deciso cosa sarà nella vita, oppure sei un fregnone. Noi eravamo tutti fregnoni, anche perché appena c’è stato da cambiare, siamo cambiati. Poi sono venuti i pantaloni bianchi e tutti a mettersi i pantaloni bianchi. A seconda di quello che veniva fuori dalle riviste noi facevamo. Non studiavamo certo il perché. Con una semplicità che qualcuno potrebbe chiamare ignoranza.
E poi ad un certo punto un botto che ci ha portato ad essere tutti fastidiosamente competenti. Da lì è nata una rottura, anche nel gruppo, tra gli ideali delle varie persone che componevano il nostro gruppo di provinciali. Ti parlo della provincia di Frosinone. L’incontro con l’arrampicata romana ci ha fatto capire che stavamo facendo qualcosa di più grande di quanto ci immaginassimo prima, ma in un certo senso ha cancellato le regole. Le regole di comportamento, dico. Ci siamo resi conto che per fare quello che facevano loro non bisognava guardare in faccia a nessuno: bisognava sfruttare la sicura, la macchina, il socio. Il desiderio di scoperta che avevamo letto sui libri di Leone non c’era più. Era diventata un’ossessione, non facevamo nient’altro che quello dalla mattina alla sera.
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